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L. Pescador, 1995

 

 

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ENRICO PROMETTI

Un artista “primitivo” contemporaneo

di Marco Madesani

 

Capita spesso di pensare l’arte come un unicum vorticoso, una miscellanea che attraversa il tempo e lo spazio, tale da comparare le rappresentazioni più lontane sia sul versante simbolico che su quello materico. Succede così che le arti africane con il loro concentrato di soluzioni formali ed evocative siano una fonte d’ispirazione che anima i linguaggi astratti e diviene una variegata vetrina a cui attingere e con cui dialogare.

Enrico Prometti incontra presto l’Africa, certo molto dopo i vari Picasso, Modì etc. ma la portata euristica di una rivoluzione culturale come questa, secondo cui il Novecento non sarebbe stato più lo stesso dopo l’incontro con le arti “altre”, rimane ancora da elaborare e valorizzare; soprattutto la rivoluzione permane ad oggi con la perpetuazione di stilemi formali che evidenziano il debito di tutte le avanguardie moderne verso l’art negre.

 

                    

 

L’incontro di Enrico con l’Africa giunge molto prima di mettere piede nel continente nero, avviene da adolescente osservando la magia di alcuni manufatti e con i primi esperimenti figurativi con il riciclaggio di materiale di scarto.

E qui si pone la prima riflessione concettuale su analogie tra culture: l’occidente assorbito nel vortice della produzione estenuante e continua, non riesce più a pensare al riciclo come condizione di equilibrio per l’ecosistema, ma solo come ripresa di dejavù dettati dalla moda. La produzione di Prometti da decenni perseguiva silenziosamente questa ecologia dell’arte, il cui messaggio è oggi così attuale.

Enrico amava ironicamente definirsi un vecchio che rimane giovane attraverso il gioco della creazione, ma questa attività ludico-artistica celava una dimensione antropologica della storia, una  ricerca verso le origini delle forme e del fare arte.

Questa indagine simbolica viveva all’unisono e si alimentava dell’interazione con le arti primitive, fonte inesauribile d’ispirazione e pratica di studio.

Innumerevoli i viaggi in Africa, segnati da avventure, incontri con paesaggi, culture, colori e rumori. Tantissime le testimonianze da questo variegato mondo, inventario di umanità in trasformazione, a cavallo di un passato sofferto e un futuro globale dietro l’angolo. Tra le molte popolazioni africane, quella più frequentata da Enrico furono gli ormai più che noti Dogon, con il loro simbolismo complesso e una cosmogonia arcaica che non smette mai d’incantare.

 

La manipolazione dei materiali (legno, ferro, plastica, bronzo, carta) forgiava continuamente forme scultoree o pittoriche che negli anni si sono evolute dal delicato surrealismo delle prime opere, all’ultimo periodo più maturo che fotografava energiche istantanee tribal-metropolitane.

L’energia che animava Enrico Prometti non faceva distinzione alcuna, quasi che questo processo rischiasse di discriminare qualcosa, e allora l’artista o è totale o non è.

 

 

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