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L. Pescador, 1995

 

 

 

   

 

Dogon, pannello rituale, sub stile Tintam

(Mali) – legno - cm 91

Sec. XV-XVII circa

Coll. privata, Brescia

 

Provenienza:

Ex coll. Charles Ratton – Parigi

Ex coll. Lorna Marshall – Cambridge, MA

Ex coll. Norman  H. Hurst – Cambridge, MA

Ex coll. Dalton-Somaré – Milano

 

Esposizioni:

Designs for living, Peabody Museum of Archeology and Ethnology, Harvard University, Cambridge, MA, 1984

Sculture Africane in collezioni private italiane, Gall. Dalton Somaré, Milano, 2004

 

Pubblicazioni:

M. Adams, Symbolic communications in African Art, Harvard University Press, Cambridge, 1984, pag. 22-24

Vittorio Carini, A Hidden Heritage – Sculture africane in collezioni private italiane, Milano, 2004, fig. 1

Ivan Bargna, L’arte africana, Il sole 24ore, Collana “La grande storia dell’arte”, vol. n. 19, E-education.it editore, Firenze 2006, pag. 67, fig. 25 

 

Opera registrata alla Yale University Art Gallery, a cura di Guy van Rijn.

Numero di archivio 0015056-01

 

Questo antico pannello rituale Dogon, con evidenti segni d’uso, patina crostosa e rilevanti depositi, classificabile nel sub-stile Tintam, proviene dall’area dell’ altopiano di Bandiagara, centro nord del Mali.

Anche se alcuni esperti di arte Dogon ipotizzano il suo utilizzo nei riti funerari, con maggior probabilità proviene dal contenitore, di solito concluso con testa e coda di cavallo, denominato aduno koro, arca del mondo, o vageu bana, piatto degli antenati.

Il contenitore era comunemente conservato nella casa del capo del lignaggio, jinna, ed era destinato a contenere la carne delle pecore e delle capre sacrificate sugli altari familiari, durante il rito del goru (ogni anno al solstizio d’inverno). Intorno a questi contenitori inoltre si sono ipotizzate varie metafore legate al mito del Nommo, la creatura primordiale Dogon.

 

La parte centrale del pannello è occupata da un elemento orizzontale che si conclude con due mani che H. Leloup definisce raro ed insolito. L’eventuale significato simbolico  non è noto. Questo elemento comunque si contrappone visivamente ai due gruppi di figure antropomorfe e zoomorfe intagliati sulle parti laterali.

In questa contrapposizione si esprime bene la preferenza degli scultori Dogon per riferimenti marcatamente orizzontali e verticali e per gli stacchi netti tra i diversi piani presenti nelle figure o nelle composizioni. Anche se la composizione del pannello è simmetrica, piccole variazioni nell’angolo di posa delle figure umane e nell’atteggiamento dei coccodrilli, evitano un esito di meccanica rigidità.

Le figure umane sono androgine, in accordo con il mito Dogon che vuole l’antenato immortale in quanto in grado di autoriprodursi, ed hanno entrambe le braccia levate in un gesto che ha avuto varie interpretazioni e che, in ogni caso, è usualmente interpretato dai Dogon come immagine guardiana di luoghi coperti da sacralità. Le serie di figure sono concluse con la rappresentazione di due lucertole/coccodrilli, animali dei quali il mito dice che hanno cooperato con gli antenati nell’opera di civilizzazione della terra. Il pannello è contornato da un bordo in rilievo che contiene una doppia linea a zig-zag intagliata ad altorilievo, motivo vibrante, leggibile simbolicamente forse come rappresentazione allegorica della pioggia e dell’acqua che scorre tra le zolle.

 

Il pannello è marcato orizzontalmente da tre bande di pigmento rosso-ocra. Questa rarissima policromia si ritrova anche sulla testa di cavallo (frammento di arca, sec. XV-XVII) pubblicata in L’ Art African (J. Kerchache ed altri, 1988, pag. 65, fig. 21), lasciando aperta la possibilità di un collegamento tra i due oggetti.

 

 

Bibliografia essenziale:

 

H. Leloup, Statuaire Dogon, Editions Amez, Strasbourg, 1994;

J. Kerchache, J.L. Paudrat, L. Stephane, L’Art Africain, Ed Mazenod, 1988.