| |
home
chi siamo
le nostre esposizioni
articoli
mostre
nel mondo
galleria
pubblicazioni
links
contatti

L. Pescador, 1995
|
|
|
Artes Africanae, nome latino derivante dal
titolo di un volume del 1875 di Georg Schweinfurth, nasce dall’incontro
nell’omonimo
forum on-line e dal continuo dialogo di alcuni appassionati
italiani di sculture, maschere e oggetti appartenenti alle diverse culture
di cui l’Africa Nera è da secoli generosa apportatrice.
La sinergia di tutti loro, divenuti amici, ha
reso possibile la creazione di questo sito.
Ma cosa intendiamo indicare con il termine
generico di “Artes Africanae” o “Arti Africane”? In realtà, questa domanda
comporta una risposta di comodo, ma difficilmente esaustiva e corretta.
A quale tipo di arte ci riferiamo esattamente?
E a quali popolazioni o a quali delle antiche o più recenti Aree culturali o
Paesi?
Nessuno, per descrivere nello stesso momento
l’arte della Grecia Classica, l’Arte Fiamminga e il Surrealismo userebbe il
termine di “Arti Europee”, ma opererebbe opportune distinzioni sia di
spazio (luogo) che di tempo (epoca). Così come, chiunque volesse discutere
di “Arti Americane”, non potrebbe mai alludere contemporaneamente all’arte
dei popoli sudamericani prima di Colombo, a quella degli indiani Hopi o
Kwakiutl, né tantomeno alla Pop Art.
Allo stesso modo, dovrebbe ritenersi improprio
usare il termine generico di “Arti Africane” in relazione a una
placca
bronzea del reame nigeriano del Benin del XVII secolo, a un geometrico
reliquiario Kota gabonese dell’800 o a una
maschera Yaouré della Costa
d’Avorio del ‘900.
La ragione di questo esemplificativo
accorpamento culturale è costituita dal fatto che si è comunemente ritenuto
che l’opera plastica africana nascesse da tradizioni religiose, rituali e
socio-politiche omogenee, avente innumerevoli aspetti in comune nella grande
totalità delle Aree in cui si era sviluppata, per poi ripetersi in forma
iterativa nell’arco dei secoli.
Ne è derivato che il ridurre le sculture
africane a solo strumento e mera testimonianza della propria tradizione,
senza alcuna distinzione ad esempio tra l’arte di corte e quella di culto,
ha costituito anche il limite invalicabile del giudizio occidentale su
questi “oggetti” dal ‘500 ai primi anni del ’900.
Chiamati dunque per circa quattro secoli
“abbietti feticci dei negri”, “idoli dei selvaggi”, o più blandamente
“reperti esotici” sono assurti al ruolo di “capolavori appartenenti al
patrimonio di tutta l’umanità” dopo la loro riscoperta da parte delle
avanguardie artistiche europee dei primi del ’900 e l’ultima e definitiva
consacrazione nel tempio della cultura occidentale, il
Museo del Louvre. Per
non citare, tra le altre istituzioni, il
Metropolitan Museum a New York , la
fondazione Dapper e il recente Museo del
Quai Branly a Parigi.
Come appare evidente, è occorso molto tempo
per sradicare definitivamente il giudizio di non appartenenza al campo della
“Vera Arte”, nel senso compiuto di questo termine come noi lo intendiamo.
Per molto tempo fu anche usato, come alibi, il fatto che la parola “Arte”,
per noi così basilare e importante, fosse del tutto ignorata dagli scultori
tradizionali africani.
Ma occorre sottolineare che a molti di questi
non ne era certo sconosciuto il profondo significato, il gusto estetico e la
concettualità fatta di analisi, sintesi e sublime ardire esecutivo; tutte
qualità che nella loro esemplare unicità fanno di alcuni geniali scultori
dei grandissimi e veri Maestri, rimasti purtroppo anonimi in maniera
irreversibile nella maggioranza dei casi.
Vittorio Carini
GLI AMICI SOSTENITORI
Gabriele
Barbaresco
Gabriele
Barbieri
Michele
Bondoni
Anna e
Vittorio Carini
Federico
Carmignani
Roberto
Cornacchia
Federico
Ferrari
Umberto
Giacomelli
Alessandro
Iacopi
Alberto
Maccaccaro
Marco Madesani
Gianni
Mantovani
Luciano
Martinis
Giancarlo
Matta
Angelo Miccoli
Gigi Prati
Onda ed Elio
Revera
Andrea Sandoli
Vincenzo
Taranto.
|
|
|

placca del Benin

reliquiario Kota, Gabon

maschera Yaouré, Costa d'Avorio |
|
|