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L. Pescador, 1995
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L'Africa delle
meraviglie - Arti africane nelle collezioni italiane
31 dicembre 2010 – 5 giugno
2011
Palazzo Ducale e Castello
D'Albertis, Genova
Grande
Mostra a Genova: L’Africa in casa del collezionista.
di
Antonio Aimi - Il Sole 24 Ore - 02 gennaio 2011
Una
foresta di sculture è cresciuta nel sottoporticato di Palazzo Ducale di
Genova e da una grande pedana bianca accoglie il visitatore che entra nella
prima sala della mostra “Meraviglie d’Africa”, che si è aperta il 31
dicembre 2010(curiosa e felice data per l’inaugurazione di una mostra che ha
permesso a collezionisti e appassionati di festeggiare l’avvio dell’anno
nuovo all’interno dell’esposizione). La foresta è fatta di opere molto
diverse, che danno al visitatore la possibilità di godere di un’armoniosa e
discorde varietà di forme e di volumi esaltati dalla mancanza della
protezione consueta di vetri e vetrine. Si tratta di pilastri e scale Dogon,
di reliquiari Fang e Kota, di statue Yombe, Lobi e Baoulé e di decine di
altre opere che, da nord a sud, presentano le tipologie e le etnie più
significative delle arti africane.
Nella
navata centrale del sottoporticato (le massicce colonne del contenitore
danno effettivamente l’impressione di una cattedrale romanica), campata per
campata, si susseguono opere di alto e altissimo livello e alcuni capolavori
assoluti come i due pali Yoruba fotografati da Frobenius nel 1912.

Ma
nella mostra i pezzi da novanta non sono segnalati da luci o collocazioni
particolari .”Forse, abbiamo fatto una scelta un po’ snob
- hanno detto in esclusiva al Sole 24 Ore Giovanna Parodi da Passano
e Ivan Bargna, i due curatori della mostra - ma
volevamo mostrare che i capolavori possono essere presentati anche in modo
non estetizzante”. La foresta di sculture è solo il primo passo di un
percorso che, a Palazzo Ducale, si articola in diverse sezioni
monotematiche: quella dei feticci, quelle delle maschere e delle bandiere
Asafo, quella delle maschere a elmo della Bundu o Sande (una società segreta
femminile della Liberia e della Sierra Leone) e prosegue poi al Castello D’Albertis.
Qui,
negli spazi che furono la dimora del capitano-collezionista-viaggiatore e
che dal 2004 ospitano il Museo delle Culture, dapprima si affronta il tema
autentico-meticcio e poi quello della fecondità, in una suggestiva
installazione, dove una monumentale maternità Yoruba viene circondata da una
quarantina di statuette (ibeji) raffiguranti dei gemelli, che presso questa
popolazione rappresentano un’irruzione del sacro nel quotidiano (una volta i
gemelli erano soppressi, ora sono considerati un segno di particolare
benevolenza divina).

Complessivamente sono esposti oltre 300 pezzi (per la maggior parte in
legno, il materiale principe delle arti africane, ma non mancano oggetti in
ferro, bronzo e avorio), provenienti da diverse collezioni private italiane.
La mostra, come infatti recita il sottotitolo, è infatti la prima grande
occasione per aprire uno squarcio su buona parte di quella generazione di
“giovani” collezionisti che, pur non disponendo dei mezzi dei Monzino, ha
saputo scrivere una nuova pagina del rapporto tra l’Italia e l’Africa
sub-sahariana. Molti di loro hanno come punto di aggregazione, significativo
segno dei tempi, il sito Web “Artes Africanae” che ha avuto il merito di
educare a una visione non autarchica delle arti africane, attenta,
soprattutto, alle qualità formali delle opere. E al collezionismo la mostra
guarda con attenzione, in una specie di percorso parallelo, dove alcuni dei
più importanti collezionisti sono presentati con uno sguardo ironico e
straniato, che, in un intelligente rovesciamento del punto
di vista, non esita a confrontare le loro esperienze con quelle analoghe, ma
diverse, dell’Africa.

Ma
questo del collezionismo è solo uno dei tanti piani di lettura di una
mostra, che, come hanno dichiarato Parodi da Passano e Bargna,
”vuole far riflettere e, al contempo, non pretende che il visitatore
esca convinto di aver capito tutto delle arti africane”. Anzi, occorre
riconoscere che, al contrario di altre mostre dense di contenuti, che
obbligavano ad affrontare le forche caudine di apparati didattici pesanti e
di allestimenti irritanti, a Genova, forse, per la prima volta in Europa,
si è dimostrato che è possibile interrogarsi sull’altro e sulla nostra
visione delle arti “altre” attraverso un percorso leggero e per nulla
scontato. A Palazzo Ducale, infatti, non ci sono due vetrine uguali e,
appena possibile, i testi sono sostituiti da video e da efficaci metafore
visive (bellissima, ad esempio, la montagna di piume bianche che nella
sezione di feticci allude al sacrificio delle galline). Il merito di questa
leggerezza è anche di Stefano Arienti, un artista che ha saputo tradurre le
riflessioni dei curatori in una serie di installazioni in cui, cosa rara di
questi tempi, non si è messo in primo piano, ma al servizio degli oggetti in
esposizione.
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