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L'Africa delle meraviglie - Arti africane nelle collezioni italiane

31 dicembre 2010 – 5 giugno 2011

Palazzo Ducale e Castello D'Albertis, Genova

 

Grande Mostra a Genova: L’Africa in casa del collezionista.

di Antonio Aimi - Il Sole 24 Ore - 02 gennaio 2011

 

Una foresta di sculture è cresciuta nel sottoporticato di Palazzo Ducale di Genova e da una grande pedana bianca accoglie il visitatore che entra nella prima sala della mostra “Meraviglie d’Africa”, che si è aperta il 31 dicembre 2010(curiosa e felice data per l’inaugurazione di una mostra che ha permesso a collezionisti e appassionati di festeggiare l’avvio dell’anno nuovo all’interno dell’esposizione). La foresta è fatta di opere molto diverse, che danno al visitatore la possibilità di godere di un’armoniosa e discorde varietà di forme e di volumi esaltati dalla mancanza della protezione consueta di vetri e vetrine. Si tratta di pilastri e scale Dogon, di reliquiari Fang e Kota, di statue Yombe, Lobi e Baoulé e di decine di altre opere che, da nord a sud, presentano le tipologie e le etnie più significative delle arti africane.

Nella navata centrale del sottoporticato (le massicce colonne del contenitore danno effettivamente l’impressione di una cattedrale romanica), campata per campata, si susseguono opere di alto e altissimo livello e alcuni capolavori assoluti come i due pali Yoruba fotografati da Frobenius nel 1912.

 

     

 

Ma nella mostra i pezzi da novanta non sono segnalati da luci o collocazioni particolari .”Forse, abbiamo fatto una scelta un po’ snob - hanno detto in esclusiva al Sole 24 Ore Giovanna Parodi da Passano e Ivan Bargna, i due curatori della mostra - ma volevamo mostrare che i capolavori possono essere presentati anche in modo non estetizzante”.  La foresta di sculture è solo il primo passo di un percorso che, a Palazzo Ducale, si articola in diverse sezioni monotematiche: quella dei feticci, quelle delle maschere e delle bandiere Asafo, quella delle maschere a elmo della Bundu o Sande (una società segreta femminile della Liberia e della Sierra Leone) e prosegue poi al Castello D’Albertis.

Qui, negli spazi che furono la dimora del capitano-collezionista-viaggiatore e che dal 2004 ospitano il Museo delle Culture, dapprima si affronta il tema autentico-meticcio e poi quello della fecondità, in una suggestiva installazione, dove una monumentale maternità Yoruba viene circondata da una quarantina di statuette (ibeji) raffiguranti dei gemelli, che presso questa popolazione rappresentano un’irruzione del sacro nel quotidiano (una volta i gemelli erano soppressi, ora sono considerati un segno di particolare benevolenza divina).

 

     

 

Complessivamente sono esposti oltre 300 pezzi (per la maggior parte in legno, il materiale principe delle arti africane, ma non mancano oggetti in ferro, bronzo e avorio), provenienti da diverse collezioni private italiane. La mostra, come infatti recita il sottotitolo, è infatti la prima grande occasione per aprire uno squarcio su buona parte di quella generazione di “giovani” collezionisti che, pur non disponendo dei mezzi dei Monzino, ha saputo scrivere una nuova pagina del rapporto tra l’Italia e l’Africa sub-sahariana. Molti di loro hanno come punto di aggregazione, significativo segno dei tempi, il sito Web “Artes Africanae” che ha avuto il merito di educare a una visione non autarchica delle arti africane, attenta, soprattutto, alle qualità formali delle opere. E al collezionismo la mostra guarda con attenzione, in una specie di percorso parallelo, dove alcuni dei più importanti collezionisti sono presentati con uno sguardo ironico e straniato, che, in un intelligente rovesciamento del punto di vista, non esita a confrontare le loro esperienze con quelle analoghe, ma diverse, dell’Africa.

 

 

Ma questo del collezionismo è solo uno dei tanti piani di lettura di una mostra, che, come hanno dichiarato Parodi da Passano e Bargna, ”vuole far riflettere e, al contempo, non pretende che il visitatore esca convinto di aver capito tutto delle arti africane”. Anzi, occorre riconoscere che, al contrario di altre mostre dense di contenuti, che obbligavano ad affrontare le forche caudine di apparati didattici pesanti e di allestimenti irritanti, a Genova, forse,  per la prima volta in Europa, si è dimostrato che è possibile interrogarsi sull’altro e sulla nostra visione delle arti “altre” attraverso un percorso leggero e per nulla scontato. A Palazzo Ducale, infatti, non ci sono due vetrine uguali e, appena possibile, i testi sono sostituiti da video e da efficaci metafore visive (bellissima, ad esempio, la montagna di piume bianche che nella sezione di feticci allude al sacrificio delle galline). Il merito di questa leggerezza è anche di Stefano Arienti, un artista che ha saputo tradurre le riflessioni dei curatori in una serie di installazioni in cui, cosa rara di questi tempi, non si è messo in primo piano, ma al servizio degli oggetti in esposizione.

 

 

 

 

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